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	<title>Fenomenologia dell&#039;esperienza &#187; pratica filosofica</title>
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	<description>Perché Carmelo sì e io no?</description>
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		<title>La Pratica Filosofica</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Dec 2013 18:44:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Paolo Quattrini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[INformazione]]></category>
		<category><![CDATA[G.Paolo Quattrini]]></category>
		<category><![CDATA[gestalt]]></category>
		<category><![CDATA[pratica filosofica]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Pubblicato sul Numero 21 di INformazione Lungimiranza e valore: al di là dei confini dell’io, l’esperienza della qualità. Filosofia è&#8230;  <a href="https://www.paoloquattrini.it/2013/12/la-pratica-filosofica/" class="more-link">more <span
</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="pf-content"><p style="text-align: left;" align="CENTER"><strong>Pubblicato sul <a title="Numeri arretrati" href="http://www.igf-gestalt.it/formazione-in/numeri-arretrati/" target="_blank">Numero 21 di INformazione</a></strong></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><strong><span style="font-size: large;">Lungimiranza e valore: al di là dei confini dell’io, l’esperienza della qualità.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: large;">Filosofia è scienza della saggezza, conoscenza concettuale di qualcosa che concettuale non è: la saggezza è figlia dell’esperienza, e nell’esperienza la saggezza si articola attraverso il </span><span style="font-size: large;"><b>valore</b></span><span style="font-size: large;">. Per secoli la domanda sull’</span><span style="font-size: large;"><b>essenza</b></span><span style="font-size: large;"> della realtà ha occupato lo spazio filosofico in tutte le sue figure, finchè Kierkgaard non affermò che questa centralità spetta alla domanda sul valore: cosa vale la pena di fare della propria vita? A questo punto si apre il discorso sulla </span><span style="font-size: large;"><b>pratica filosofica</b></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;"><span id="more-6451"></span>Se la filosofia è pratica, in che modo si può allora praticare? Fermo restando che la risposta non può essere univoca, una possibilità è quella di osservare come il comportamento di una persona si orienta con la bussola del </span><span style="font-size: large;"><b>valore</b></span><span style="font-size: large;">. L’esperienza insegna che le persone in genere si orientano proprio con questa, anche se molto spesso hanno un’idea piuttosto vaga di cosa intendano per </span><span style="font-size: large;"><b>bello, buono e logico</b></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">A questo proposito, molto importanti sono le peripezie che il senso del valore ha attraversato nei secoli: </span><span style="font-size: large;"><b>bello buono e logico</b></span><span style="font-size: large;"> non hanno lo stesso senso di quando Platone e Aristotele fondarono le basi del pensiero occidentale. Nel mondo classico </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;"> si riferiva a un modello naturale: era bello quello che riproduceva le forme della natura</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">. </span><span style="font-size: large;"><b>Buono</b></span><span style="font-size: large;"> era rispettare il volere degli dei, e </span><span style="font-size: large;"><b>logico</b></span><span style="font-size: large;"> era ragionare come Aristotele aveva insegnato, descrivendone i principi inderogabili: l’espressione “</span><span style="font-size: large;"><i>Aristoteles dixit</i></span><span style="font-size: large;">” è entrata profondamente fin nel mondo cristiano. Il valore era insomma </span><span style="font-size: large;"><b>formale</b></span><span style="font-size: large;">: era la sua ortodossia a consacrarlo tale</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Con il passare del tempo e il raffinarsi della conoscenza, si arriva a una diversa considerazione del valore: la parola di Cristo accompagna l’uomo dentro </span><span style="font-size: large;"><b>l’esperienza del buono</b></span><span style="font-size: large;"> e fuori del livello formale, cioè fuori dalla bontà come rispetto della legge: dicendo “lasciate che i bambini vengano a me” Cristo afferma implicitamente che un bambino è capace di comprendere </span><span style="font-size: large;"><b>il senso del buono, </b></span><span style="font-size: large;">perché</span><span style="font-size: large;">non essendo rispetto di regole, non è necessario per riconoscerlo né uno sviluppo culturale né la conoscenza della legge. </span><span style="font-size: large;"><b>Buono</b></span><span style="font-size: large;"> qui appare un assoluto: è il livello </span><span style="font-size: large;"><b>trascendentale</b></span><span style="font-size: large;">, non più formale, del valore del comportamento.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Sul piano della logica il livello trascendentale viene raggiunto molti secoli più tardi con Kant e la sua critica della ragione: </span><span style="font-size: large;"><b>logico</b></span><span style="font-size: large;"> qui è verità a cui tutto ubbidisce, è la manifestazione concreta del Trascendente. In questa accezione logico si identifica insomma con </span><span style="font-size: large;"><b>vero</b></span><span style="font-size: large;">: ciò che è vero è logico, ciò che è logico è vero. Logico non è quindi più una forma da rispettare</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">, ma qualcosa da assumere come </span><span style="font-size: large;"><b>valore assoluto</b></span><span style="font-size: large;">. In questa concezione esiste </span><span style="font-size: large;"><b>una logica sola</b></span><span style="font-size: large;">, che avvolge e contiene la realtà con una serie di connessioni biunivoche fra cause ed effetti.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">In questo allontanarsi dal livello formale, anche il </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;"> diventa assoluto, e per esempio mentre i canoni musicali vengono sempre più chiaramente formalizzati, i grandi compositori li rispettano solo quando fanno loro comodo, in quanto è la bellezza in sé che inseguono, a prescindere dai suoi modelli.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">A un certo momento però è apparso evidente che </span><span style="font-size: large;"><b>bellezza bontà e logica</b></span><span style="font-size: large;"> si possono attribuire solo ad aree parziali della realtà: la </span><span style="font-size: large;"><b>cornice</b></span><span style="font-size: large;"> in senso stretto è quella che contiene un quadro e la sua </span><span style="font-size: large;"><b>bellezza</b></span><span style="font-size: large;"> e che lo isola artificialmente dal resto del mondo, proteggendone il valore. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il termine che indica, invece, la cornice del </span><span style="font-size: large;"><b>buono</b></span><span style="font-size: large;"> è la parola “</span><span style="font-size: large;"><b>fatto</b></span><span style="font-size: large;">”: niente è buono o cattivo se guardiamo la storia umana nel suo svolgersi, ma nei singoli fatti il valore etico è riconoscibile.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Nemmeno la </span><span style="font-size: large;"><b>logica</b></span><span style="font-size: large;"> è esente da questa considerazione: dedurre che una persona ha preso il raffreddore perché è uscita al freddo senza coprirsi abbastanza sarebbe ingenuo, perché poteva comunque non aver preso il raffreddore, oppure poteva prenderlo anche senza essere uscita al freddo. La cornice che la logica richiede sono i </span><span style="font-size: large;"><b>presupposti</b></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> a cui la si applica: se per esempio si postula che il raffreddore dipenda da un abbassamento di temperatura, allora la preposizione di cui sopra risulta logica.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Se </span><span style="font-size: large;"><b>bontà e bellezza e logica</b></span><span style="font-size: large;"> necessitano di una cornice, questo implica che sono valori che dipendono dalle relazioni fra le parti dell’insieme, e sono dunque valori relazionali, o comunque </span><span style="font-size: large;"><b>relativi</b></span><span style="font-size: large;">. E’ questo che ha aperto il cammino dell’arte astratta: non importa se in un quadro c’è una rappresentazione naturalistica, importano le relazioni che hanno fra loro le forme che lo compongono e, al limite, il rapporto che hanno con la cornice</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc"><sup>5</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">. Importa insomma l’insieme, la Gestalt, la quale trascende la somma delle parti e vive di vita </span><span style="font-size: large;"><b>autonoma</b></span><span style="font-size: large;">, e in ogni caso </span><span style="font-size: large;"><b>limitata</b></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">E’ così che delle considerazioni logiche tengono insieme un nucleo di senso, il quale vive nel contenitore che esse sono: altre considerazioni potrebbero far vivere un altro nucleo di senso magari opposto, pur essendo ugualmente logiche</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc"><sup>6</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">. Nella stessa maniera buono e cattivo sono sempre </span><span style="font-size: large;"><b>direzioni</b></span><span style="font-size: large;"> e mai </span><span style="font-size: large;"><b>sostanze</b></span><span style="font-size: large;">, diceva Buber: sono l’orizzonte delle azioni, la loro relazione con lo scorrere della vita, che scorre incessantemente e non ha altro punto di arrivo che la morte</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc"><sup>7</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ci sono insomma tre livelli differenti in cui si può osservare il valore: se una persona si muove in relazione con il livello </span><span style="font-size: large;"><b>formale</b></span><span style="font-size: large;"> farà considerazioni ben diverse che se guarda da quello </span><span style="font-size: large;"><b>trascendentale</b></span><span style="font-size: large;">. Ancora diverse ne farà se considera le cose da un’ottica </span><span style="font-size: large;"><b>relativa</b></span><span style="font-size: large;">, perchè evidentemente qui il ventaglio di scelte possibili è molto più ampio, e il rapporto con la vita può essere più articolato. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ora, una delle forze dell’universo è la forza di gravità, e con questa si deve confrontare qualunque costruzione: perché un edificio stia in piedi deve tener conto di questa forza, che in termini correnti corrisponde al </span><span style="font-size: large;"><b>peso</b></span><span style="font-size: large;">. Gli elementi architettonici devono scaricare il loro peso a terra, altrimenti tutto crolla: archi e volte trasmettono il sostegno del peso del tetto attraverso pilastri e muri perimetrali fino a terra. </span><span style="font-size: large;"><b>La trasmissione del sostegno</b></span><span style="font-size: large;"> è insomma un concetto chiave dell’edilizia, che metaforizza la regola base di qualunque costruzione, anche quelle del pensiero.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Logica è quindi </span><span style="font-size: large;"><b>almeno</b></span><span style="font-size: large;"> trasmissione di sostegno, senza la quale nessuna struttura ha </span><span style="font-size: large;"><i>chance</i></span><span style="font-size: large;"> di stare in piedi. Non basta però mettere mattoni uno sull’altro per fare un edificio plausibile, e logica, in accordo con la sua etimologia (greco: </span><span style="font-size: large;"><i>logos</i></span><span style="font-size: large;">), è operazione che utilizza la razionalità, cioè la trasmissione del sostegno</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc"><sup>8</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">, per mettere in piedi una architettura a cui possa essere riconosciuto valore. Ora, il termine </span><span style="font-size: large;"><b>valore</b></span><span style="font-size: large;"> indica qualcosa che può solo essere evocato e non descritto, se non quando si confonde con </span><span style="font-size: large;"><b>prezzo</b></span><span style="font-size: large;">, che è invece una quantità misurabile. Il valore di una opera d’arte è altro dal prezzo di un lingotto d’oro, come lo è per esempio anche il valore di un amore, o di un essere umano. Pur non essendo definibile, il valore come esperienza è conoscibile nelle accezioni appunto di </span><span style="font-size: large;"><b>bello buono e logico</b></span><span style="font-size: large;">, e valore logico si riferisce a qualcosa che </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>non è semplice funzionamento</b></span></span><span style="font-size: large;"><b>.</b></span></p>
<p><span style="font-size: large;">Nel linguaggio corrente razionale si identifica con vero, ma il razionale non è più vero di quello che razionale non è, è solo più </span><span style="font-size: large;"><b>funzionante</b></span><span style="font-size: large;">, è una correlazione con cui si può fare qualcosa di utile. Un’operazione razionale per arrivare ad essere logica dovrà avere uno scopo in cui si possa riconoscere un valore: in questa ottica la logica è razionalità percorsa in una ottica di valore. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Logos viene dal geco </span><span style="font-size: large;"><i>legein</i></span><span style="font-size: large;">, dire: quello che il logos dice è un costrutto verbale coerente a se stesso, la cosiddetta logica, che narra l’ineffabile e inconoscibile (come direbbe Kant) mondo fuori di noi: le leggi dell’universo esistono </span><span style="font-size: large;"><b>in parallelo</b></span><span style="font-size: large;"> alle leggi della scienza, che sono legate a loro dal logos, il legame fra ineffabile e dicibile. Dire che si scoprono nuove leggi della fisica è inesatto: è che l’ineffabile che è l’universo, viene ri-velato, cioè nuovamente velato, da discorsi sempre più coerenti e coerentemente paralleli all’universo stesso, che rimane comunque al di là di ogni conoscibilità. Questo parallelismo con l’inconoscibile non è meccanico, ma intuitivo e creativo: è per questo un valore, in quanto perennemente perseguito e mai raggiunto, e mai riducibile a un’oggetto.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Non si tratta dunque </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>della</b></span></span><span style="font-size: large;"><b> verità </b></span><span style="font-size: large;">in senso assoluto, ma</span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>una</b></span></span><span style="font-size: large;"><b> verità</b></span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc"><sup>9</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">: per esempio, con il pensiero di Einstein la logica ha permesso all’uomo di realizzare concretamente la scissione dell’atomo, senza aver detto l’ultima parola sull’essenza dell’universo. L’utilità si accompagna qui a una visione del mondo infinitamente più ampia, che apre porte alla scienza, alla vita umana e al sogno.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Anche una narrazione per esempio, per essere interessante ha bisogno di una trasmissione del sostegno, cioè di una trama: solo certi scritti antichi, oppure certe opere sperimentali, sono senza trama e sono piuttosto noiosi. La trama è un susseguirsi di fatti che attirano l’attenzione perché si collegano fra loro in un insieme di senso. I romanzi gialli di solito sono scritti da autori pessimi, che ripetono gli stessi banalissimi </span><span style="font-size: large;"><i>pattern</i></span><span style="font-size: large;">: hanno però una trama, che anche se banale è comunque attraente, e infatti quando si scopre l’assassino fa sempre un certo effetto. E’ per questo che hanno avuto tanta fortuna editoriale: la trama non è altro che una concatenazione di fatti che supporta una </span><span style="font-size: large;"><b>tensione emotiva</b></span><span style="font-size: large;"><b>coerente</b></span><span style="font-size: large;">, cioè sono sequenze che portano a una narrazione sensata. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La logica va guardata a rovescio: non è la logica che produce il senso, ma è quest’ultimo che mette in luce il filo logico della trama che lo sottende, fra le tante coesistenti contemporaneamente</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote10sym" name="sdfootnote10anc"><sup>10</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">. Logico non è ciò che </span><span style="font-size: large;"><b>produce</b></span><span style="font-size: large;">, ma ciò che </span><span style="font-size: large;"><b>supporta</b></span><span style="font-size: large;"> un insieme di senso che trascende la somma degli eventi. Si chiama logica insomma una sequenza quando raggiunge una meta: questa ottica comporta che </span><span style="font-size: large;"><b>le relazioni di causa e effetto</b></span><span style="font-size: large;"> nelle cose umane non sono biunivoche e necessarie, ma </span><span style="font-size: large;"><b>possibili e relative</b></span><span style="font-size: large;"> al loro effetto. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quando in una psicoterapia per esempio si ricostruisce la storia di un paziente, lo si fa in via narrativa, cioè cercando senso e una trama che lo supporti, in modo che gli avvenimenti non siano solo concatenati meccanicamente come cause ed effetti, ma piuttosto come elementi architettonici che, realizzandone il valore, allo stesso tempo devono permettere all’edificio di stare in piedi. In questo ambito la </span><span style="font-size: large;"><b>narrazione</b></span><span style="font-size: large;"> non è quindi la </span><span style="font-size: large;"><b>verità</b></span><span style="font-size: large;"><b>storica</b></span><span style="font-size: large;">, ma è il </span><span style="font-size: large;"><b>senso</b></span><span style="font-size: large;"> che la storia offre al suo protagonista: la psicoterapia lavora per effettuare cambiamenti in tema di qualità della vita. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La logica insomma in questo senso è </span><span style="font-size: large;"><b>valore</b></span><span style="font-size: large;">, non solo razionalità: una serie di calcoli è un’operazione razionale, un pacchetto chiuso che finisce lì, mentre logico è per esempio quando Hegel dice che la struttura della realtà si appoggia sulla dialettica di tesi antitesi e sintesi, una prospettiva che apre interi mondi. Il </span><span style="font-size: large;"><i>logos</i></span><span style="font-size: large;">, il termine greco da cui viene logica, non è semplice razionalità, ma potenza creativa, è la mente umana che dà forma e direzione al caos. La logica è atto creativo, è invenzione: Einstein ha scoperto la strada che trasforma la materia in energia seduto a un tavolino, semplicemente pensando la sua mente ha inventato il cammino che arrivava lì. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La logicità, per quanto può sembrare strano da dire, non appartiene al pensiero ma all’intuizione: è come quando un pittore in un quadro vede i percorsi che legano colori e forme. Qui non ci sono regole, malgrado che l’estetica come la logica sia rigorosa: si può fare qualunque cosa si voglia, ma deve risultare </span><span style="font-size: large;"><b>bella</b></span><span style="font-size: large;">. Anche la logica non ha regole, eppure è rigorosa: si può trattare di qualunque cosa, basta che i passaggi portino a un’apertura, a uno spazio. Quando la filosofia cattura l’attenzione ha un odore di spazio, e la quintessenza del pensiero buddista, una religione per così dire filosofica, è il vuoto, cioè lo spazio. Il valore sfugge dal mondo delle cose: il </span><span style="font-size: large;"><b>di più</b></span><span style="font-size: large;"> che l’insieme è rispetto alla </span><span style="font-size: large;"><b>somma delle parti</b></span><span style="font-size: large;"> non è apprezzabile sul piano di realtà delle parti. Il valore è in realtà sostanzialmente indefinibile e avvicinabile solo con l’esperienza. </span></p>
<p><a name="OLE_LINK1"></a><a name="OLE_LINK2"></a> <span style="font-size: large;">Se dunque anche il valore logico è un’esperienza, figuriamoci quello etico: l’umanità da sempre si arrampica inutilmente sugli specchi per riuscire a contenerlo in parole e concetti. Nella tradizione cristiana il tema della bontà viene connesso con quello dell’immortalità dell’anima: un buon comportamento è quello che assicura la vita eterna. In realtà si tratta qui semplicemente di una illusione grammaticale, come direbbe Wittgenstein: se mortalità infatti è un concetto che proviene dall’avere esperienza di esseri viventi che muoiono, immortalità è una estensione del termine derivata concettualmente per contrasto (se c’è la mortalità perché non dovrebbe esserci il suo contrario?), ma limitata nella sua esistenza al piano astratto</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote11sym" name="sdfootnote11anc"><sup>11</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La paura della morte però in realtà è un meccanismo biologico, deputato ad accrescere le possibilità di sopravvivenza, e il concetto di immortalità dell’anima è un tentativo di gestire il problema con un ragionamento per assurdo, come si fa nella matematica: cioè, se per assurdo ci fosse una parte essenziale che non muore, il pericolo della morte sarebbe scongiurato. Se diamo per buono questo ragionamento, la conseguenza è che bisogna preoccuparsi di come preservare questa parte essenziale dalle sventure che potrebbero capitare, leggi: </span><span style="font-size: large;"><b>bisogna</b></span><span style="font-size: large;"><b>comportarsi in modo da non finire all’inferno, </b></span><span style="font-size: large;">quello che si chiama impropriamente essere buono.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">L’attenzione che a questo punto riceve il comportamento e la cura che ne deriva, hanno evidentemente grossi vantaggi per la sopravvivenza individuale e della specie, e si può capire quindi quanto il tema dell’immortalità dell’anima</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote12sym" name="sdfootnote12anc"><sup>12</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> persista nel tempo e nella cultura umana e getti la sua ombra su ogni comportamento.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">L’immortalità dell’anima è, oltre al resto, un modo di dare tempo, di posporre il momento in cui si fanno i conti della propria vita, il momento cioè di riconoscere che quello che si è fatto si è fatto, e non ci sono altre opportunità: è il momento di rassegnarsi alle conseguenze delle proprie scelte e di ammettere che “</span><span style="font-size: large;"><b>si è voluta al bicicletta, e dunque si pedali”</b></span><span style="font-size: large;">. “No, no, no &#8211; dice l’essere umano &#8211; ancora un po’ di tempo per favore, ho da concludere quello che sto facendo” ma che in realtà non sta facendo e non concluderebbe quindi mai: è insomma un </span><span style="font-size: large;"><i>escamotage</i></span><span style="font-size: large;"> indispensabile nelle vite inconcludenti, come sono in generale le vite degli esseri umani: quando finisce il tempo precipita la frana di quello che si è fatto e avuto, e l’immortalità dell’anima dà un filo di speranza di poter rimandare ancora.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Da un punto di vista teorico il problema non è dunque cosa sia l’immortalità, quesito risolto da tempo da Wittgenstein con il concetto di illusione grammaticale, ma perché ci si preoccupi di argomentare su una cosa simile, e risulta evidente che la domanda è appoggiata sulla necessità</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote13sym" name="sdfootnote13anc"><sup>13</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">che il tempo non finisca: è un’ansia che coincide con una aspirazione a possibilità mai avute o perdute, è insomma un sintomo di carenze esistenziali, che richiederebbero una cura dell’anima piuttosto che speculazioni metafisiche.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Se infatti da una parte </span><span style="font-size: large;"><b>conviene</b></span><span style="font-size: large;"> per la compensazione dell’ansia immaginare una vita dopo la morte, difficilmente si potrebbe considerare buono un rimandare che permette alla persona di non prendersi la responsabilità di fare i conti riguardo ai bisogni della propria vita, di non chiedersi cioè cosa se ne vuole fare del tempo che gli resta. E’ innegabilmente buono un buon vino, e </span><span style="font-size: large;"><b>conviene</b></span><span style="font-size: large;"> alla convivialità, ma non si potrebbe dire </span><span style="font-size: large;"><i>tout</i></span><span style="font-size: large;"><i>court </i></span><span style="font-size: large;">che berlo sia cosa buona: </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>non è buono ciò che è semplicemente conveniente</b></span></span><span style="font-size: large;"><b>.</b></span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ma se buono non è quello che conviene, come lo si potrebbe allora discernere fra le infinite opzioni del fare? </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Come logico è un’esperienza, anche buono è un’esperienza, che come tale ha un sapore: il sapore di buono appunto. Il sapore di </span><span style="font-size: large;"><b>buono</b></span><span style="font-size: large;">, come quello di </span><span style="font-size: large;"><b>logico</b></span><span style="font-size: large;">, apre a possibilità esistenziali: buono è qualcosa che libera l’essere umano dalle costrizioni del destino e gli permette di percorrere sentieri che sembrerebbero improbabili.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il sapore è comunque immerso in una rete di contingenze: il caffè ha buon sapore, il salato ha buon sapore, ma una esagerata vicinanza spaziotemporale dei due produce qualcosa di emetico, cioè di letteralmente vomitevole. Così anche i fatti possono avere sapori che insieme ad altri fatti contigui si trasformano, e quindi la domanda sul buono è necessariamente limitata alla cornice di un contesto: un episodio eroico non perde il suo buon sapore se a distanza di tempo filia cattive conseguenze, ma chi guarda lo deve tenere separato da eventuali contiguità problematiche</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote14sym" name="sdfootnote14anc"><sup>14</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Come la razionalità è un</span><span style="font-size: large;"><b> uso formale della logica</b></span><span style="font-size: large;">, la moralità è un </span><span style="font-size: large;"><b>uso formale dell’etica</b></span><span style="font-size: large;">: qualunque proibizione non è etica ma </span><span style="font-size: large;"><b>morale</b></span><span style="font-size: large;">, un livello minimale dell’etica indispensabile per chi non lo supera nel piano trascendentale. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quanto al </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;">, una esperienza fondamentale nella vita è quella del piacere: ma questo non va confuso con il valore estetico: </span><span style="font-size: large;"><span style="text-decoration: underline;"><b>bello non è semplicemente ciò che piace</b></span></span><span style="font-size: large;"><b>. </b></span></p>
<p>“<span style="font-size: large;">Non la bellezza di un corpo…. non lo splendore della luce… non le dolci melodie… non la fragranza dei fiori…”</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote15sym" name="sdfootnote15anc"><sup>15</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;"> dice Agostino, ma quel Dio che è “bellezza di tutte le cose belle” è la bellezza</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote16sym" name="sdfootnote16anc"><sup>16</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">. Un bel vestito in genere non è un prodotto estetico ma semplice moda: l’anno prima sembrava bello, l’anno dopo diventa inguardabile. Le cose che hanno valore estetico sopravvivono al passare del tempo, che falcia via tutto quello che solo piaceva: il </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;"> è quello che rimane. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Un necessario piacersi, il narcisismo</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote17sym" name="sdfootnote17anc"><sup>17</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">, è fisiologico all’organismo: i bambini si piacciono naturalmente, se non vengono disturbati in questo da forti disapprovazioni. Piacersi è naturale, ma ha anche bisogno di essere coltivato dal </span><span style="font-size: large;"><i>feed back</i></span><span style="font-size: large;"> del mondo esterno: l’organismo si deve adattare continuamente all’ambiente, pena la sopravvivenza. I </span><span style="font-size: large;"><i>feed back</i></span><span style="font-size: large;"> orientano il narcisismo, e i genitori esercitano esplicitamente la funzione dell’orientamento: un lavoro necessario, ma che porta spesso a illudersi che il piacersi dipenda da un valore estetico. Se il valore estetico apre gli orizzonti, il narcisismo li chiude: Freud imputava la psicosi a un narcisismo primario da cui la persona non era riuscita a svincolarsi, un investimento cioè della libido su se stessi invece che sul mondo, e una immobilità relazionale per assenza di prospettive.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Per questo è essenziale distinguere la bellezza dal narcisismo, in quanto avendo questo ha un ruolo importante nella sopravvivenza, richiede una sua specifica e ben diversa educazione. Piacersi è fondamentale per la felicità, che in sostanza è lo stato in cui la persona è d’accordo con se stessa sul piano sia psichico che fisico. Riguardo a questo, un problema serissimo si presenta per esempio quando l’evoluzione del costume è così rapida che i genitori non rappresentano più il mondo in cui dovranno vivere da adulti i figli, e i loro </span><span style="font-size: large;"><i>feed back</i></span><span style="font-size: large;"> diventano confusivi invece che orientanti: gli investimenti narcisistici diventano allora contingenti e di poca consistenza, e lasciano le persone in balia del destino. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Una delle manifestazioni narcisistiche più frequenti, a prescindere dalle differenze culturali, è il vincere. Coltivare il </span><span style="font-size: large;"><b>piacersi vincenti</b></span><span style="font-size: large;"> ha però molti impliciti: uno è che la vita di solito non permette di vincere spesso, un altro è che più si invecchia e meno strumenti si hanno per vincere</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote18sym" name="sdfootnote18anc"><sup>18</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">In realtà, investire narcisisticamente nelle vittorie sarebbe una autentica </span><span style="font-size: large;"><i>debacle</i></span><span style="font-size: large;">, se non ci fosse una strana capacità dell’anima umana, che è quella di potersi identificare con gli altri: su questo si basa per esempio il fenomeno del tifo (per una squadra, per un partito, per la propria famiglia, per la propria nazione, ecc.), a cui è delegato il narcisismo di chi non vince personalmente. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La tendenza ad alimentare il narcisismo della vittoria è fisiologica alla cultura capitalista, dove viene valorizzato tutto quello che si può produrre, vendere e comprare: il mondo occidentale tende a trasformare i suoi cittadini in un’orda di tifosi che investono il proprio narcisismo in gare fine a se stesse</span><sup><span style="font-size: large;"><a href="#sdfootnote19sym" name="sdfootnote19anc"><sup>19</sup></a></span></sup><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Tutti vogliono <b>essere qualcuno</b>, cioè conquistare spazio nella vita sociale, per i benefici che questo comporta per la sopravvivenza. Lo spazio in natura si ottiene con la violenza, che nel contesto sociale è però raramente esplicita, a parte le guerre e le azioni delinquenziali: generalmente da tempi antichissimi viene agita attraverso modalità ritualizzate. Lo sport è una di queste modalità rituali, attraverso cui si vince e si perde senza effetti collaterali distruttivi: questi sono limitati ai tifosi, che non avendo partecipato in prima persona alla lotta hanno ancora da spendere la loro aggressività. Come diceva De Culbertain, l’inventore delle Olimpiadi moderne, <b>l’importante è partecipare</b>.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Proprio il tifo porta in scena un tema interessante dell’<b>essere qualcuno</b>. I tifosi sono fieri della loro squadra: appartengono a una squadra e la squadra appartiene a loro, in modo che quando vince in un certo senso vincono anche loro. Nel passato varie persone, non potendo essere signori, andavano fiere di portare la livrea di un determinato signore, e anche oggi per esempio è diffusa in giappone la fierezza per essere impiegati in una ditta grande e economicamente potente. Vista così sembra pura pazzia, e certo di questa gli esseri umani non mancano: eppure guardando meglio si vede che le cose sono più complesse di come sembrano. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Un essere umano vive grazie ai suoi continui scambi con gli altri, ma come si sa bene il commercio non è fatto solo di scambi puntuali: dalla casa, alla macchina, agli elettrodomestici, tutto si compra a rate, cioè con promessa di pagare. Le promesse si appoggiano su qualcosa, su come la persona si presenta, cioè sull’immagine che dà di sé. L’immagine di sé è l’interfaccia col mondo, è lo strumento con cui si chiede credito, si chiede cioè di farsi dare qualcosa senza pagare subito: l’immagine è talmente importante che può decretare il successo o la rovina di un uomo di affari, a cui le banche non fanno prestiti se non ha credito sul mercato. L’apparire è tanto importante da spingere le persone a fare qualsiasi cosa pur di non perdere la faccia<sup><a href="#sdfootnote20sym" name="sdfootnote20anc"><sup>20</sup></a></sup>: lo scandalo rovina, come sanno bene gli anglosassoni, che tradizionalmente ne hanno uno speciale orrore.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Essere socialmente importanti comporta i benefici potenziali del credito, con il quale si fanno gli affari: <b>essere qualcuno</b> dà credito<b>,</b> e non è considerabile una semplice opzione, perché il credito influisce sulla sopravvivenza. Ma essere qualcuno comporta che altri siano nessuno, perché non si è qualcuno in assoluto ma solo in relazione, cioè si è qualcuno <b>più</b> di altri. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">In tempi di monarchia assoluta il problema era risolto istituzionalmente: il re, che era tale per volontà divina, sceglieva d’autorità chi fare nobile, mentre gli altri rimanevano nessuno. In tempi democratici la faccenda è ben diversa, e si risolve in genere personalmente: tutti hanno la possibilità di <b>essere qualcuno</b>, posto che ci riescano. E così c’è chi per essere qualcuno sale in cima a un palazzo e spara sulla folla, preferendo marcire in galera per il resto della vita che rimanere sconosciuto al pubblico. Per chi è riuscito ad essere qualcuno questo appare pazzesco, ma bisogna ricordare quello che diceva Bakunin a suo tempo, quando ammoniva la borghesia rispetto al sottoproletariato: chi non ha nulla da perdere, diceva, è capace di metter a ferro e fuoco il mondo. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il mondo occidentale tende ad assicurare ai suoi cittadini il minimo per la sopravvivenza, e cerca di assicurare anche il minimo di fabbisogno narcisistico attraverso l’uso della cortesia e l’abitudine di chiamare tutti <b>signori</b>: anche un mendicante oggi ha diritto di essere chiamato signore, e di essere trattato cortesemente. Essere tutti di diritto signori non assicura però una importanza sociale: se chiunque è un signore, un signore è chiunque, e siamo di nuovo al punto zero. E quelli che non riescono ad <b>essere qualcuno</b>, oltre ovviamente a tifare per una squadra, che fanno? Un’attività molte diffusa è quella di raccontarsi storie sulla propria importanza: o si sogna di essere importanti, oppure ci si racconta di esserlo, in modo da piacersi in qualche maniera. Per supportare questi racconti qualunque cosa è utile, dall’aver ragione, a tifare per una squadra vincente, ad avere una giusta posizione politica, ad avere un gusto superiore, ad essere vittima di grandi soprusi. Qualunque cosa pur di non sparire nell’invisibilità sociale, che, come gli extracomunitari sanno, è un pericolo mortale.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Uno strumento realistico per riuscire ad <b>essere qualcuno</b> è la famiglia, dove ognuno ha un posto specifico che gli assicura un minimo di visibilità. La famiglia è il luogo dove l’immagine della persona prende forma, si educa e si sviluppa, cresce forte e sana o si ammala portandogli disastri di ogni tipo sul piano esistenziale. Qui sentirsi qualcuno e avere un narcisismo in buone condizioni è la stessa cosa, sempre tenendo presente che il narcisismo è come il sale nell’acqua della pasta, il punto giusto è quando non si sente né per eccesso né per difetto. Quando <b>essere qualcuno</b> non significa stare sopra gli altri, allora è essere <b>insostituibile</b>, essere un <i>partner</i> di scambi che non è intercambiabile con un altro.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Moda e modelli vincenti non sono valori estetici, ma fenomeni narcisistici che piacciono senza per questo essere belli. La bellezza è semplicemente esperienza del </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;">: bello non solletica la vanità, è qualcosa che trasporta oltre le frontiere dell’io in un misterioso apprezzamento a prescindere dal proprio interesse. Paradossalmente ciò che è molto bello, come per esempio un quadro di Leonardo, in genere non si desidera possederlo, ci si accontenta di farne esperienza.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quando si lavora come operatore nella relazione d’aiuto bisogna co-creare con l’interlocutore esperienze che permettano cambiamenti, possibilità di ricerche etiche, estetiche e logiche che aprano a un futuro in qualche modo infinito: se si riconosce il valore non c’è una vera necessità di altri parametri, perchè </span><span style="font-size: large;"><b>il valore è da solo la stella polare della vita</b></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Nella pratica filosofica si parte per esempio da episodi concreti, episodi in cui si vorrebbe cambiare il proprio comportamento, e si va a vedere se qui si è inciampati nell’area etica, estetica o logica. Si guarda, cioè, in quali di queste tre aree è la difficoltà, il disturbo, la caduta. Poi si va a vedere nell’area “disturbata” se il livello del valore che la persona ha utilizzato per orientarsi in quell’esperienza è quello formale o quello assoluto, e si lavora cercando di andare verso quello relativo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non essendo rivolta alla patologia, la pratica filosofica implica una relazione fra operatori d’aiuto e clienti piuttosto che fra terapeuti e pazienti, e fa parte delle attività di Counselling piuttosto che della psicoterapia.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Seduta</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">C(liente): Circa quattro anni fa lavoravo in un’osteria, e ho conosciuto un signore che diceva di essere un artista, un pittore. Ogni volta che servivo al bancone veniva a parlare con me. E alla fine mi chiese se mi interessava posare per lui per uno o due quadri e a me sembrò un’idea interessante, diversa… e quindi andai nel suo studio per posare. Solo che una volta lì mi fece un discorso un po’ strano, e mi disse che il quadro era un nudo e che io avrei dovuto posare senza vestiti. E per me era molto difficile dire di no in quel momento della mia vita. E quindi dissi (</span><span style="font-size: large;"><i>con tono vivace</i></span><span style="font-size: large;">): “oh, va bene, non c’è nessun problema!” e invece non mi sarebbe piaciuto farlo. E posai per questo quadro addirittura per due volte. E lui mi prometteva un gran guadagno, dicendo che questo quadro era stato commissionato e quindi che avrebbe guadagnato moltissimo. Comunque, dopo queste due volte smisi di posare: lui tornava sempre nel posto dove lavoravo promettendomi questa cosa del guadagno che poi non è mai stata. Alla fine mi ha regalato un quadretto, che ho tenuto sia perché è carino, e poi perché mi ricorda cosa non devo fare quando non voglio farlo. E quindi vorrei essermi imposta di non assecondarlo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O(peratore d’aiuto): Prendi la scena che vorresti cambiare.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">C: La scena che vorrei cambiare è quella in cui io sono nel suo studio, e lui con molta </span><span style="font-size: large;"><i>nonchalance</i></span><span style="font-size: large;"> mi propone questa cosa e io fingendo di essere una donna di mondo gli dico che “certo va benissimo, non c’è nessun problema”. Invece gli avrei voluto dire “no, assolutamente no. Non mi avevi parlato di questo, io non ho voglia di farlo. Ciao”. E andare via.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">O: Perché non gli hai detto di no? Perché sarebbe stato avere un comportamento </span><span style="font-size: large;"><b>brutto, cattivo o stupido</b></span><span style="font-size: large;">?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Per non deludere la sua aspettativa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: Quindi per non farlo soffrire e non essere cattiva. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Sì.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">O: Non dici di no per non fare qualcosa di </span><span style="font-size: large;"><b>eticamente sgradevole</b></span><span style="font-size: large;">: per te era sgradevole deludere l’altro. Guarda un po’ che genere di etica utilizzi qui: è un’etica formale, cioè ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno perché così è scritto? O un’etica assoluta, è male far soffrire qualcuno? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Non lo so… in quel momento della mia vita non volevo deludere nessuno, volevo sempre essere all’altezza delle aspettative di tutti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: Quindi quella che utilizzi in questa situazione è un’etica assoluta. Guarda un po’: secondo te è cattivo in assoluto deludere? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: No. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: E in che modo stabiliresti le differenze?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Credo che si possa dire buono guardare le aspettative degli altri e a seconda dei contesti, vedere quando è il caso di andare incontro agli altri.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: Ma cosa sarebbe buono? Soddisfare l’aspettativa dell’altro, soddisfare la tua, soddisfarle tutte e due? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Io credo che sarebbe buono prima di tutto soddisfare la mia, forse…</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: Se dici che è buono soddisfare la tua ti metti in un impiccio, perché le tue esigenze etiche ti sconfermano (infatti non hai potuto dirgli di no). Buber diceva, bontà e cattiveria non sono mai sostanze ma sempre direzioni: a me sembra una definizione piuttosto luminosa. Prova a pensare in questa direzione: se valore etico riguarda una direzione e non l’assoluto, nel tuo racconto quale potrebbe essere una direzione? Puoi dirgli di sì andando verso dove? Puoi dirgli di no andando verso dove? Immagina possibili aperture per trovarne una che ti soddisfi eticamente: dirgli di no soddisfa solo un tuo bisogno a danno dell’aspettativa dell’altro. Se lo metti in prospettiva, allora come potresti vedere la cosa? Prova a cercare una prospettiva per un no soddisfacente: cosa poteva portare di bello e di buono dire di no? L’etica non si ferma al confine dell’io, quindi qualunque discorso fai semplicemente in tua difesa non ti sarà sufficiente sul piano etico: bisogna che trovi una prospettiva in cui la tua scelta abbia una direzione buona, che abbia qualcosa che è buono per te, per lui, per tutto il mondo, sennò non sei soddisfatta. Devi guardare in avanti, verso una stella polare, verso qualcosa che non esiste ancora.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: … riesco solo a vedere cosa può essere buono per me… dire di no lo vedo solo riferito a me stessa…come una specie di scontro tra me e lui…</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: Finché lo vedi come uno scontro fra voi non c’è possibilità di prospettiva etica. Prova a immaginare in che modo potrebbe essere interessante non solo a te ma anche a lui. Si tratta di dare una prospettiva al tuo no tale che alla fine ricada anche su di lui come una cosa buona. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Il mio no sarebbe dovuto al fatto che non c’è stato da parte sua un dire le cose fino in fondo per cui io non posso accettarlo perché è stato detto all’ultimo minuto.…</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: Secondo te, a lui come essere umano, gli fa bene imbrogliare le persone? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: No, certo. E quindi si tratta di fargli capire questa cosa…</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: … è una fissazione che tutti abbiamo che far capire risolva tutti i problemi! Quello che mi viene in mente è, ad esempio, impedirgli di farsi male imbrogliandoti. Perché lui imbrogliandoti forse si fa male, fa un po’ di squallore intorno a sé e dentro questo squallore poi ci deve stare. Allora una prospettiva eticamente sensata poteva essere, per esempio, dirgli di no con un sorriso?! Per simpatia a lui e alla sua anima…</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">C: Sì…. </span><span style="font-size: large;"><b>Senza rabbia</b></span><span style="font-size: large;">!!!!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><i>C ha un inshigt fondamentale: la differenza è fra dirgli di no con rabbia o senza rabbia. Non arrabbiarsi significa non alimentare un senso di frustrazione dovuto all’impotenza nella situazione, e d’altra parte non aggredire il pittore, che C in fondo non ritiene colpevole, rendendosi conto che la difficoltà della situazione deriva dalla sua incapacità più che dalla cattiveria dell’altro.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: E che effetto ti fa se immagini di dirglielo? Come stai?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Come se mi calzasse a pennello! </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: E stai meglio?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Sì. E riesce a calzare alla me di allora, che era così spaventata di dire no… Sì, sì, è vero.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: Qui vedi la differenza tra un approccio etico in un quadro di etica assoluta e quello di un quadro di un’etica relativa. Relativa a una prospettiva, a un futuro, relativa a qualcosa che non c’è, ma in qualche modo c’è, anche se non c’è ancora. Ti torna?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Sì. Perfettamente.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: È molto difficile fare lì per lì questa operazione, e anche a distanza di tempo non ti è venuta facile, ma una volta fatta è semplicissima: prima di farla è difficile, probabilmente soprattutto per ragioni culturali, perché noi siamo ancorati al livello assoluto di questi tre valori. Il grande cammino dell’umanità è stato spostarsi dal livello formale al livello assoluto del valore: arrivati all’assoluto, il cammino poi verso livello relativo è recente, appartiene alla filosofia del ‘900. E’ l’esistenzialismo il pensiero che matura con la teoria della relatività e che ha aperto tutto il campo della conoscenza, dalla fisica, alla filosofia alla psicologia. La mentalità comune (scuola, giornali, televisione) è arretrata culturalmente e di almeno un secolo: non si ragiona con gli strumenti del pensiero raggiunto negli ultimi decenni, ma con la visione scolastica, che di solito ha almeno cinquanta anni di ritardo. Il massimo sviluppo del nostro pensiero quotidiano arriva a Kant ed Hegel, in genere più in là non si va. Se ci si sposta in avanti, si trovano più facilmente soluzioni per problemi impossibili, quando dal punto di vista kantiano o hegeliano da lì non ci si leva le gambe. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Una cosa importante è che hai detto che la cosa ti calza </span><span style="font-size: large;"><b>perfettamente</b></span><span style="font-size: large;">. Non è in realtà difficile, è più facile, ma è il </span><span style="font-size: large;"><i>back-ground</i></span><span style="font-size: large;"> del pensiero normale che la rende difficile.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">C: Sì. Quando l’hai detto ho pensato: ma sì, certo! </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">O: E’ la difficoltà è riuscire a spostarsi dall’assoluto al relativo: è come spostarsi dalla fisica newtoniana alla fisica einsteniana, e effettivamente mica è uno scherzo.</span></p>
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<p><span style="font-size: large;">Seduta</span></p>
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<p><span style="font-size: large;">C: Mi chiamano da un’altra associazione per fare un progetto per un bando, e la vicepresidente mi dice: “voglio fare un incontro, poi lavorare una quindicina di giorni e poi fare il progetto” Allora io domando. “di cosa esattamente avete bisogno?”. E lei risponde: “avremmo pensato di fare un progetto di formazione per i nostri volontari. Il progetto esce a nome della nostra associazione, ma ovviamente resta suo.” “Ah, allora va bene: il progetto è mio”. E la cosa finisce qui.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Che cosa vuoi cambiare di te in questa scena? </span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Avrei voluto dire: se questo progetto non viene approvato, non risulta da nessuna parte che ho lavorato per voi. E come intendete quantificare la mia opera?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: E in altre parole che cosa volevi chiederle? </span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Che ci fosse un riconoscimento attraverso una lettera d’incarico, o un pagamento di almeno un terzo del lavoro…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Volevi che ti dessero una lettera d’incarico oppure un pagamento? </span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Il pagamento. Una quota almeno per il lavoro fatto finora.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Come avresti dovuto chiederglielo?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: “Sentite, io sono disposta a lavorare per voi, ma se non compare il mio nome o quello della mia associazione, bisogna che ci sia una altra forma di riconoscimento del mio lavoro. Il riconoscimento passa da due cose: o un riconoscimento formale con una lettera, oppure un anticipo parziale del compenso che poi potrebbe essere rivisto al momento della risposta del bando. Quello che ho fatto per voi è comunque lavoro: è passare idee, vendere idee.”</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Questa cosa non l’hai detta per quali ragioni? Non ti sembrava bello, non ti sembrava una cosa buona, o una richiesta logica?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Diciamo per una ragione etica. Mi sembrava bellino non occuparmi di affari…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Guarda un po’: su che genere di etica ti sei appoggiata per rispondere così? Hai curato la forma o hai seguito un modello assoluto di comportamento?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Mi sembra formale.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Una bontà formale è una bontà che risponde a regole, a una formulazione standard. A quale regola di bontà ti sei conformata per fare quello che hai fatto?…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: (</span><span style="font-size: large;"><i>ridacchiando</i></span><span style="font-size: large;">) Quando si parla di creatività non si parla di soldi: non è troppo </span><span style="font-size: large;"><i>chic</i></span><span style="font-size: large;"> parlare di soldi.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Ma </span><span style="font-size: large;"><i>chic</i></span><span style="font-size: large;"> non ha a che fare con buono, ha a che fare con bello. Non è bello domandare soldi al primo incontro: questa è la regola formale che hai rispettato. Se avessi invece perseguito una bellezza assoluta, che considerazioni avresti rispettato?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Bello è creare un progetto e metterlo a disposizione di tante persone che altrimenti non avrebbero modo di conoscerlo.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Che cosa ritieni bello al di là del formale? Il rispetto delle forme dice di non chiedere soldi per delle cose creative. Ma, per esempio, Michelangelo che dipinge la cappella Sistina è bello o no?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Bello…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: E lui i soldi li ha presi… Allora, se allargassi un po’ la visione del bello al di fuori del livello formale “non si fa perché le forme dicono che non si fa”, che sarebbe </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;">? Guardati mentre porti questo progetto. Che cosa sarebbe una bella scena se tu la vedessi da fuori, guardando da un punto di vista assolutamente estetico: se fosse un quadro, un pezzo di teatro, che scena ti piacerebbe vedere? </span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: La vicepresidente che dice: “splendido, una splendida idea, mi posso appoggiare… è quello che avrei voluto fare e tu hai avuto il coraggio di farlo”.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: E questo è </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;">, oppure fa comodo a te?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Beh…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Lo senti Kant che si rigira nella tomba? “Non è bello ciò che piace, è bello ciò che è bello!” Cerca qualcosa che sia bello.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Tre persone così, in uno studiolo brutto… non ha niente di bello…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Non penserai mica che la bellezza sia fatta di cose esplosivamente colorate e meravigliose. In “</span><span style="font-size: large;"><i>Aspettando Godot</i></span><span style="font-size: large;">” mi pare che ci siano due personaggi e un albero. Quello che ti ho chiesto è una scena bella: bella vuol dire che se c’è un pubblico lì che la vede dice “</span><span style="font-size: large;"><b>ma che bella scena</b></span><span style="font-size: large;">!” Mentre cerchi </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;">, come fai a cercarlo, dove cerchi? Dove lo vedi il bello nelle parole… dove orienti la tua attenzione? Il passaggio che cerchiamo è da un’estetica formale, dove non puoi chiedere perché pare brutto, a una scena più interessante drammaticamente. Dove cerchi bellezza, cosa persegui, qual è la bussola della tua ricerca? Con che criterio stai cercando di creare questa scena di teatro?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Non ce l’ho la bussola…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Se non ce l’hai cercala, è inutile che ti muovi senza, prima la devi trovare. Dove puoi trovare la bussola del </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;">? Dove vai a cercarla? Per trovarla bisogna che cerchi delle esperienze in cui hai vissuto </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;">, nella memoria dell’esperienza di bello. Racconta qualche volta che hai vissuto bello, un’interazione tra due persone che ti ricordi che ti è piaciuta.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: E’ una scena in cui io dico: “Ma ti rendi conto di che cosa stai facendo!?”… e il mio partner risponde… “Che stai dicendo? Io non capisco di che parli…” eccetera. La bellezza sta nel fatto che due persone che avevano due storie diverse si rivelavano.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Quindi la bellezza era nel dispiegare queste differenze: che c’era di bello in questo?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Bella era l’interazione…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">T: L’oggetto bello è questo svolgersi delle differenze: ma cosa c’è di bello in questo? È stata un’esperienza di bellezza, e lì hai un’indicazione. Lì c’è una bellezza, bisogna che la tiri fuori per portarla in quest’altro episodio. Perché dire “pagatemi” è brutto, e perché invece questi due personaggi che si incontrano nelle differenze è bello?… Cerca di spiegare questo, e ricordati che ti devi portare dietro qualcosa che hai scoperto: se non scopri qualcosa che ti puoi portare dietro è inutile che lo scopri.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: In quel contesto il dipanarsi del processo poteva essere più ampio e più arricchente… </span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Quindi quello che sarebbe stato bello è un dipanarsi del processo. Invece di dire, voglio essere pagata, fare qualcosa che sarebbe stato un dipanarsi del processo. E che sarebbe stato un dipanarsi del processo? Che avresti potuto dire? Loro che avrebbero risposto? Come potrebbe essersi sviluppato questo dialogo fra voi?… Ricordati la sensazione di bellezza che hai avuto quella volta e cerca di tenerla come bussola… e con quella bussola lì costruisci delle battute che abbiano uno svolgimento soddisfacente. Che cosa vuoi che C dica alla vicepresidente?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: “Mi piacerebbe non solo che tu potessi fare una parte del lavoro, ma che tu sentisse quanta parte di te c’è in questo progetto…”.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: E che ne sai quanta parte di lei c’è in questo progetto? Devi fare una scena plausibile, un teatro che a guardarlo dici “ah che bello!” Perché non hai potuto dire: “pagatemi”? Perché sarebbe stato brutto. E allora devi trovare un modo di costruire una scena che sia bella. Ritorna alla scena che ti è piaciuta e ascolta il senso di bellezza. Dov’era? Da cosa era dato? Tu dici dal dipanarsi di queste differenze. Ma come era, in cosa consisteva?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: C’erano due persone, una di fronte l’altra, a confrontarsi sul perché…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Queste sono astrazioni… quello che fa teatro sono le parole e i toni di voce: cosa dicono loro che a te piace? Perché ti colpisce, dove è bellezza? Con quali parole e con quale tono di voce?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: C’era un confronto diretto, e a un certo punto da parte mia c’è stato l’arrendermi all’evidenza che non avevo ragione…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: La scena che usi come bussola è una scena fra due che hanno un legame affettivo, e questo non lo puoi sovrapporre a questa, dove i personaggi non ce l’hanno: ritorna lì e guarda che cosa ti è piaciuto. Nella scena lei dice “ma che stai facendo” e lui risponde “ma che dici, non capisco niente di quello che dici.” Dove ti colpisce, che interazione è? Dicendo “ma che dici?”, “ma io non capisco”… che stanno facendo?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: A me sembra uno che si svela semplicemente… “io sono così”…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Lui fa qualcosa che ti porta a un senso di bellezza… ma che cosa fa? Dice “ma che dici!” Cosa fa? Se lo guardi bene vedi che lui semplicemente </span><span style="font-size: large;"><b>tiene il punto senza offendere</b></span><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: E’ vero, tiene il punto senza offendere!</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>C riconosce qualcosa che non avrebbe visto senza l’aiuto di O, ritenendola troppo piccola per poter essere importante: questo è il punto clou della seduta, dove entra in campo qualcosa di nuovo e si può operare una trasformazione nell’esperienza di C.</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Tenere il punto senza offendere è difficilissimo, ed è un costrutto esteticamente soddisfacente.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Infatti è quello che io tento di fare con la mia socia…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Qui hai un’indicazione. Tu dici: “chiedergli i soldi sarebbe </span><span style="font-size: large;"><b>brutto</b></span><span style="font-size: large;">”, e poi “una volta che ho visto </span><span style="font-size: large;"><b>bello</b></span><span style="font-size: large;"> era un’interazione in cui un personaggio teneva il punto senza offendere l’altro”. Ora riporta questo nell’altra situazione: come sarebbe chiederle i soldi senza offenderla, senza dirgli “voglio i soldi”, che sarebbe come dire “sfruttatrice, pagami!” Come puoi chiederle i soldi senza offenderla? Secondo me sarebbe meglio che prima facessi un progettino e poi lo mettessi in parole: come sarebbe non offenderla… come è possibile non offendere chiedendo soldi… come si può mettere? Comincia a mettere giù qualcosa di positivo… tipo come posso chiederle i soldi senza farla passare da una che mi vuole sfruttare?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: A parte la gentilezza del tono…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Eh… la gentilezza del tono fa la sua differenza… </span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: … che sia aperta a due o tre possibilità…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Per esempio! Anche quella è una cosa su cui puoi giocare. Quindi il progetto sarebbe dirlo con tono gentile e tenere presente il fatto che miracolosamente c’è più di una possibilità. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: (</span><span style="font-size: large;"><i>con tono un po’ neutro…)</i></span><span style="font-size: large;"> “Siamo d’accordo sui contenuti del progetto, però se devo andare avanti ho bisogno di sapere se riconoscete almeno una parte di questo lavoro, indipendentemente dal fatto che sia pagato o meno…”</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Prova a metterci una cucchiaiata di miele.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: (</span><span style="font-size: large;"><i>con gentilezza</i></span><span style="font-size: large;">) Allora mi sembra che siamo…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: (</span><span style="font-size: large;"><i>ridendo</i></span><span style="font-size: large;">) Stai sopravvivendo alla gentilezza, chi l’avrebbe detto…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Il passaggio allora è dalla diplomazia alla gentilezza!</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Sì, è un cucchiaio di zucchero…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: (</span><span style="font-size: large;"><i>con gentilezza</i></span><span style="font-size: large;">) “Mi sembra che stiamo andando bene negli accordi per la progettazione… io sono molto soddisfatta del nostro incontro. Però forse potremmo pensare a un aspetto pratico su come andare avanti.”</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: L’altra cosa su cui contare è che hai almeno un’alternativa…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Sì… “E come possiamo regolarci sul futuro di questo progetto… (</span><span style="font-size: large;"><i>con tono più spento…)</i></span><span style="font-size: large;"> Possiamo sperare nel finanziamento… posso avere una garanzia…”.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Hai finito il dolce: lo sai che cosa ti fa finire il dolce? La fifa! Allora, più hai fifa, più devi mettere miele. Ora devi andare avanti: fin qui il miele c’è, poi finisce al momento di parlare di accordi…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Allora… “Stiamo andando bene, potremmo mettere a fuoco contrattualmente questo progetto, possiamo definire qualcosa di molto semplice… potete scegliere se pagarmi la parte svolta fino ad ora oppure l’altra possibilità è che mi mandate semplicemente una lettera d’incarico per il lavoro che dovrei fare.”</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Va bene. Posso proporre una sintesi?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Sì.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: (</span><span style="font-size: large;"><i>con voce buffamente gentile</i></span><span style="font-size: large;">). Voi cosa preferite, darmi una lettera d’incarico, o pagarmi un anticipo?” Prova un po’ a dirglielo e a vedere che succede…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: (</span><span style="font-size: large;"><i>con voce gentile</i></span><span style="font-size: large;">) Cosa preferite, farmi una lettera d’incarico, o mi date un anticipo?”</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Lo senti che la voce ti è rimasta morbida e non hai fatto nessuno sforzo?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: Ah, sì…</span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Quando hai fifa ti muoiono le parole in bocca, e invece di dirne il meno possibile, ne dici troppe. In questa maniera invece c’è una bellezza. Ti viene facile da dirlo perché ti suona bello, c’è un senso di bellezza per cui ti è possibile dirlo. Il problema è che bello o brutto sono un peso enorme sull’anima, se una cosa ti sembra brutta ti si ferma per la gola, non riesci a dirla… Bello è l’esperienza di qualcosa che ha il permesso di uscire fuori: se lo trovi bello è aperto il canale, altrimenti uno di solito si ferma perché è fondamentalmente rassegnato. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Lavorandoci, questi sono stati i passaggi: cercando il ricordo dell’esperienza di bello, e riportando l’esperienza del bello sulla situazione problematica, hai potuto immaginare di dire la cosa senza difficoltà. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">C: C’è un’altra cosa che me l’ha permesso: la bussola. </span></p>
<p><span style="font-size: large;"><i>C riconosce un passaggio fondamentale della seduta, lo sviluppo di uno strumento di orientamento.</i></span></p>
<p><span style="font-size: large;">O: Sì. La bussola è una metafora utilissima, importantissima: senza bussola ti muovi a casaccio e non trovi quello che ti serve. Se invece dipani il pensiero e pensi in termini di strumenti, trovi la bussola: Sì, è stato bello, ma cosa era bello? Lì è stato il nucleo della faccenda: il bello era </span><span style="font-size: large;"><b>tenere il punto senza offendere</b></span><span style="font-size: large;">. E hai visto quanto è difficile farlo e quanto però, è apprezzabile, attraente, interessante… </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Bisogna però scendere nei dettagli per trovare che bello risponde per esempio a tenere il punto senza offendere. A questo punto ti si è dipanato il cammino: è difficile, ma non è difficile davvero, lo è perché non siamo abituati e usiamo la mente in modo estremamente approssimativo. E non siamo abituati a portare il processo analitico dentro l’estetica e dentro l’etica: se si fa le cose si dipanano, l’esperienza della bellezza si dipana in itinerari, in strutture architettoniche, in un percorso abitabile… ci vuole attenzione e speranza. Se non speri che possa succedere non ci arriverai mai: quando invece ammetti che se hai sentito qualcosa vuol dire che qualcosa c’era, comici a cercare cos’era in termini operativi. Cioè si tratta di portare la questione a qualcosa di maneggiabile, tirandola giù dell’astratto. Trovare qualcosa di astratto è facile, ma poi non serve: la ragione è strumento, se non funziona non è ragione. Via via che lo si fa si dipana una cultura analitica del buono e del bello. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quando si va a vedere ci si accorge che già la logica la si usa in modo estremamente approssimativo: sul bello e sul buono non abbiamo nemmeno un livello analitico minimale, siamo come bambini delle elementari. </span></p>
<div id="sdfootnote1">
<p><a href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> I bronzi di Riace ne sono un esempio lampante.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> Nella storia antica si possono certamente eccepire molti esempi, che però non riguardano la modalità generale di procedere in materia di valore.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p><a href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> La logica formale di principi aristotelici e del sillogismo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p><a href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> Per esempio la logica della geometria euclidea sono i <b>postulati</b> stabiliti da Euclide.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p><a href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a> Cfr. Carlo Sini, “Il silenzio e la parola”</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p><a href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a> Dallo stesso pensiero hegeliano derivano per esempio sia il comunismo che il fascismo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p><a href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a> Per le opere di Nietzsche si fa riferimento all&#8217;edizione &#8220;Opere di F.Nietzsche&#8221; (Adelphi, Torino 1967); L’eterno ritorno (Monanni, Milano 1927)</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p><a href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a> Si può a rigore discutere sull’assolutezza della relazione causa-effetto, ma indiscutibile è certo <b>la trasmissione del sostegno</b>: se si vuole che qualcosa si appoggi su qualcos’altro, che si tratti di architettura o di organizzazione del pensiero, bisogna che questo qualcos’altro gli permetta di scaricare il suo peso, ovvero gli trasmetta un sostegno. Senza sostegno tutto cade, come le mutande senza elastico.</p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p><a href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a> Wittgenstein, uno dei grandi maestri del pensiero contemporaneo, diceva : “le mie proposizioni illustrano così:colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse- su esse-oltre esse (egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito)”Tractatus logico philosophicus, 6 54.</p>
</div>
<div id="sdfootnote10">
<p><a href="#sdfootnote10anc" name="sdfootnote10sym">10</a> Nel “quartetto di Alessandria”, L. Durrel racconta gli stessi avvenimenti visti con gli occhi di quattro protagonisti diversi, e diverso risulta il senso di ognuno dei quattro romanzi e le trame che lo evidenziano.</p>
</div>
<div id="sdfootnote11">
<p><a href="#sdfootnote11anc" name="sdfootnote11sym">11</a> L’idea dell’immortalità, che è causata da un procedimento razionale, arriva a conseguenze irrazionali: esserci su un piano concettuale non implica infatti un’esistenza sul piano esperienziale. Questa esistenza è congrua a un bisogno prettamente emozionale, e dunque esistenziale piuttosto che filosofico: l’uomo (occidentale) si interroga su questo per paura, malessere, angoscia: dal punto di vista del pensiero, l’immortalità dell’anima serve a tenere in piedi la teologia con annessi e connessi piuttosto che a supportare la speculazione filosofica, che dall’assenza di questa idea avrebbe da guadagnare parecchi stimoli (per esempio la spinta a cercare che senso ha la vita se deve finire)</p>
</div>
<div id="sdfootnote12">
<p><a href="#sdfootnote12anc" name="sdfootnote12sym">12</a> Ma dal punto di vista esperienziale, il concetto di immortalità dell’anima è indispensabile per gestire la paura della morte? Epicuro diceva: non mi preoccupo della morte, perchè finche ci sono io non c’è lei, e quando c’è lei non ci sono più io. Questo sul piano logico taglia la testa al toro a questo tema.</p>
</div>
<div id="sdfootnote13">
<p><a href="#sdfootnote13anc" name="sdfootnote13sym">13</a> Interessante notare che questo desiderio non è appannaggio solo delle persone che hanno una vita soddisfacente, ma anche di quelle che fanno una vita brutta: qui appare evidente che il tempo desiderato non è per continuare con quello che fanno, ma serve alla speranza di potere raggiungere quello che desiderano.</p>
</div>
<div id="sdfootnote14">
<p><a href="#sdfootnote14anc" name="sdfootnote14sym">14</a> La rivoluzione francese ne è un esempio lampante.</p>
</div>
<div id="sdfootnote15">
<p><a href="#sdfootnote15anc" name="sdfootnote15sym">15</a> S.Agostino le confressioni</p>
</div>
<div id="sdfootnote16">
<p><a href="#sdfootnote16anc" name="sdfootnote16sym">16</a> E’ il livello trascendentale dell’estetica.</p>
</div>
<div id="sdfootnote17">
<p><a href="#sdfootnote17anc" name="sdfootnote17sym">17</a> Data la sua origine psicanalitica, il termine <b>narcisismo</b> si può erroneamente ritenere un concetto, ma come altre parti del corpus freudiano (vedi il “complesso di Edipo”), è una metafora che sta per <b>è come quello che accadde al personaggio mitico di Narciso, che affogò nel lago in cui contemplava la sua immagine rispecchiata</b>. In quanto metafora è utilizzabile senza necessità di aggiustamenti in un approccio fenomenologico esistenziale: la storia di Narciso è un mezzo di conoscenza narrativo metaforica, che mette in luce i possibili pericoli del piacersi.</p>
</div>
<div id="sdfootnote18">
<p><a href="#sdfootnote18anc" name="sdfootnote18sym">18</a> Un terzo, più importante di tutti, che la mistica della vittoria è fisiologica alla <i>Weltanschaung</i> nazifascista.</p>
</div>
<div id="sdfootnote19">
<p><a href="#sdfootnote19anc" name="sdfootnote19sym">19</a> …che producono il razzismo come inevitabile <i>by-product</i>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote20">
<p><a href="#sdfootnote20anc" name="sdfootnote20sym">20</a> da qui nasce l’uso dell’estorsione tramite ricatto, che incrementa l’omicidio e la letteratura gialla che di questo si nutre.</p>
</div>
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